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Casciaro (Anm): A rischio l’autonomia delle toghe

 venerdì, 17 febbraio 2023

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di Valentina Stella - Il Dubbio, 15 febbraio 2023

Ieri Forza Italia, Lega e Azione ed Italia Viva hanno convocato una conferenza stampa per illustrare le proposte di legge per la separazione delle carriere in magistratura che riprendono il testo di riforma costituzionale su cui nel 2017 l’Unione delle camere penali italiane raccolse le firme di oltre 70.000 cittadini. Ne parliamo con il segretario dell’Anm, Salvatore Casciaro.

Tutti si dicono fiduciosi che in questa legislatura si porterà a casa la riforma perché c’è compattezza. Che ne pensa?
Temo sia un argomento molto sentito in certi settori della politica ma che appassioni meno i cittadini, ne è riprova l’esito referendario dello scorso anno. Ricordo che sul quesito pubblicizzato dai promotori come “separazione delle carriere tra giudici e pm” si sono recati alle urne solo il 21% degli aventi diritto e uno su quattro ha detto di no. La questione, inoltre, non riveste particolare rilevanza pratica, come testimonia il fatto che nell’ultimo anno solo 21 magistrati hanno cambiato le funzioni, da requirenti a giudicanti o viceversa.

All’obiezione sul fatto che i passaggi di funzioni sono minimi il presidente dell’Ucpi Caiazza ha risposto: la separazione delle carriere è un’altra cosa. Il pm e il giudice dovranno fare un percorso autonomo e appartenere a due ordinamenti diversi. Come replica?
Francamente non comprendo come si possa avere timore di un pm collocato nell’alveo della giurisdizione e, come tale, tenuto a raccogliere le prove anche a favore dell’indagato. Non è forse una garanzia in più per i cittadini?

Beniamino Migliucci, past presidente dell’Ucpi, durante la conferenza ha detto: nessuno vuole mettere in pericolo l’autonomia e indipendenza della magistratura ma conferire maggiore autorevolezza al giudice...
Non mi spiego allora perché le proposte di riforma si muovono verso direttrici eccentriche rispetto ai propositi dichiarati, prova ne è il rafforzamento del numero dei membri laici nell’organo di governo autonomo, che cesserebbe così di essere tale; non mi pare questa una modifica volta a preservare l’indipendenza della magistratura. Quanto all’autorevolezza del giudice, essa è un patrimonio già acquisito, non avverto l’esigenza di un suo rafforzamento, al di là della fake che lo vorrebbe ripiegato sulle posizioni dell’accusa. Se così fosse, come spiega che il 50% circa delle sentenze penali di primo grado si chiudono con esito sostanzialmente assolutorio?

Nel documento redatto recentemente dall’Anm si legge: “Del resto la formazione di due Csm separati renderebbe abnorme il potere dei pubblici ministeri”. Ma perché, visto che saranno compensati dalla presenza dei laici?
Perché il pubblico ministero, se sradicato dalla giurisdizione e dalla sua collocazione identitaria di organo di giustizia, potrebbe correre il rischio dell’autoreferenzialità. Aggiungo che, se trasformato in un avvocato dell’accusa, sarebbe naturalmente portato a guardare altrove. E l’ipotesi più plausibile è che, al di là delle dichiarazioni di intenti dei fautori della separazione delle carriere, il pm venga fatalmente ricondotto nella sfera d’influenza del potere esecutivo. Questo, mi pare, sia lo sbocco naturale.

L’Anm sarebbe pronta a scioperare per questo?
L’Anm ha come suo scopo statutario la definizione e la difesa delle prerogative del potere giudiziario rispetto agli altri poteri dello Stato, secondo le norme costituzionali, e su questo c’è piena consapevolezza e forte unità di intenti.

Si parla molto di cultura della giurisdizione. Secondo lei gli avvocati sono inclusi?
Senza alcun dubbio, ne sono parte integrante ed essenziale, ma sarebbe un grave errore pensare di irrobustire il ruolo della difesa indebolendo altre componenti della giurisdizione.

Dopo alcune esternazioni di Nordio, è filtrato che Meloni voglia tirare un po’ il freno per non avere scontri sulla magistratura. Secondo lei il presidente potrebbe intervenire anche sulla riforma delle carriere per non inimicarsi Anm?
Mi limito a osservare che abbiamo attraversato una lunga stagione di riforme che hanno interessato ogni campo del diritto e di cui dobbiamo ancora saggiare la bontà sul piano applicativo. Più che dell’ennesima “riforma epocale”, avremmo piuttosto bisogno di affrontare i temi più urgenti, quotidiani mi verrebbe da dire, della giurisdizione, che stanno veramente a cuore ai cittadini. Penso in particolare alla riduzione dei tempi dei processi, ma salvaguardando la qualità delle decisioni, nonché all’implementazione e razionalizzazione delle risorse. Sono stati calati dall’alto ambiziosi target di produttività senza alcun confronto preventivo con gli operatori di giustizia. Negli anni dell’emergenza pandemica non sono più stati banditi i concorsi, e ora si registrano scoperture d’organico allarmanti al sud come al nord del Paese. In questo contesto, viene imposto ai magistrati uno sforzo crescente di produttività con carichi di lavoro talvolta non agevolmente sostenibili sui quali auspico una presa di posizione da parte del nuovo Csm.

Ovvio che le due proposte potrebbero avere iter paralleli, ma necessariamente andrebbero coordinate, anche perché la prima per essere applicata concretamente necessita della seconda”. La separazione delle carriere, nell’ottica di Costa, “non è un fine ma un mezzo. Si tratta di un obiettivo la cui realizzazione non è più prorogabile perché è previsto nella nostra Costituzione ed è quello proclamato dall’articolo 111, il quale impone che il giudice sia non solo imparziale ma anche terzo. E terzietà non può che significare appartenenza del giudice a un ordine diverso da quello del pubblico ministero”. Dunque due ordini diversi e due organi di autogoverno distinti. Uno - quello dei pm - guidato dal pg di Cassazione, l’altro - quello dei giudici - guidato dal primo presidente della Suprema Corte. E a chi obietta che i passaggi da una funzione all’altra oggi sono solo 22 l’anno la risposta arriva da Caiazza: “Sono due questioni diverse - ha sottolineato -, l’obiettivo è separare i due percorsi” e garantire che il processo smetta di avere al centro il pm, mettendo al centro il giudice. Insomma, un colpo di spugna ai processi mediatici, basati solo sulle accuse delle procure, che nulla ha a che vedere con quella guerra alle toghe più volte evocata dai nemici di questa riforma. L’intento, ha spiegato Migliucci, “non è quello di danneggiare la magistratura, ma garantirle più autorevolezza”. E il pm non finirebbe sotto il tacco dell’esecutivo, grazie alla presenza di due Csm, composti equamente da laici e magistrati, il cui fine è quello di evitare che il giudice dipenda, per la propria carriera e per i procedimenti disciplinari, dal pm e viceversa. Ma non solo: anche l’accesso alla carriera avverrebbe con concorsi separati, dal momento che si tratta di “due mestieri assolutamente diversi”. Si tratta di una “battaglia identitaria” per le Camere penali, ha evidenziato Caiazza, che dopo anni di “solitudine” può ora contare sul supporto di più forze politiche. “La terzietà non può essere affidata alla virtù del giudice - ha evidenziato -, deve essere consacrata in una diversità ordinamentale. Questo schema appartiene a tutte le grandi democrazie del pianeta”. La strada è lunga e difficile: trattandosi di una riforma costituzionale, il percorso prevede quattro letture ed un eventuale referendum. Ma lo scopo è chiaro: “Restituire forza e credibilità al giudice ed alla giurisdizione”.

La proposta era naufragata nel corso della precedente legislatura, ma ora i numeri starebbero dalla parte di Costa e compagni. “Penso che il prossimo Csm non sarà uno, ma due - ha sottolineato -. In due anni e mezzo questa riforma può vedere la luce”. I ddl sono già stati calendarizzati in Commissione Affari costituzionali, dove il presidente Pagano si è autonominato relatore. Una velocizzazione dell’iter dovuta alla presenza di quattro proposte della stessa portata da quattro gruppi differenti (solo Forza Italia ha evitato di inserire nella proposta il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale per evitare di appesantire l’iter), sintomo di una “evidente convergenza” su un tema “popolare” che la politica non può ignorare.

Una riforma “assolutamente necessaria”, ha sintetizzato Calderone. E la stessa proposta è stata depositata al Senato dalla leghista Stefani, “per ampliare il coinvolgimento dei rami del Parlamento”. È obbligo del legislatore, ha aggiunto Morrone, “fare qualcosa per far tornare credibile il sistema giustizia”. Ma il timore di Giachetti è che sia FdI a mettersi di traverso. “Le dichiarazioni di Nordio sullo stato della giustizia non hanno dimostrato che c’è un clima per cui andremo lisci con le riforme ha evidenziato -. Spero che questo tema sia preservato da possibili problematiche interne alla maggioranza. I guasti del rapporto tra politica e magistratura sono colpa della politica, perché quando arriva al potere si gira dall’altra parte”.

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