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Detenzione a fine di spaccio di sostanze stupefacenti di differente tipologia: configurabilità dell’ipotesi del reato di lieve entità di cui all’art. 73, co. 5 DPR n. 309/90 e sua qualificabilità come reato unico

Angela Maria Morea, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bari

 

CORTE DI CASSAZIONE -SEZIONI UNITE PENALI- sentenza n. 51063 del 27.09.2018, depositata il 9 novembre 2018, Presidente CARCANO, Estensore PISTORELLI, Ricorrente MUROLO.

 

DETENZIONE DI SOSTANZE STUPEFACENTI DIFFERENTI – REATO UNICO E DI LIEVE ENTITÀ – COMPATIBILITÀ.

 

MASSIMA

La diversità di sostanze stupefacenti oggetto della condotta non è di per sé ostativa alla configurabilità del reato di cui all’art. 73, co. 5, DPR n. 309/90 in quanto è necessario procedere ad una valutazione complessiva degli elementi della fattispecie concreta selezionati in relazione a tutti gli indici sintomatici previsti dalla suddetta disposizione, al fine di determinare la lieve entità del fatto;

La detenzione nel medesimo contesto di sostanze stupefacenti tabellarmente eterogenee, qualificabile nel suo complesso come fatto di lieve entità ai sensi dell’art. art. 73, co. 5, DPR n. 309/90, integra un unico reato e non una pluralità di reati in concorso tra loro.

 

Il CASO

 

Con pronuncia del 28.03.2017 la Corte di Appello di Napoli confermava la sentenza di condanna con la quale il Giudice di primo grado all’esito di giudizio abbreviato aveva dichiarato l’imputato (omissis) colpevole del reato di detenzione continuata, a fine di vendita, di sostanze stupefacenti di svariata tipologia.

Si contestava all’imputato di avere detenuto droga quale marijuana (nel quantitativo di oltre 316 grammi), hashish (nel quantitativo di oltre 190 grammi) e cocaina (nel quantitativo di oltre 25 grammi) e di essersi organizzato, in forma sia pur rudimentale, per lo spaccio in prossimità di un bar munendosi di un’autovettura attrezzata con ben cinque bilancini di precisione, perfettamente funzionanti, ed altro materiale atto al confezionamento di sostanza stupefacente (n. 1000 pellicole trasparenti, spillatrice, …): circostanze, queste, che per il Giudice di Appello erano da ritenersi ostative alla invocata riqualificazione del reato in termini di cui all’art. 73, co. 5, DPR 309/90.

Avverso tale decisione di merito l’imputato ricorreva per cassazione ritenendo la stessa censurabile vuoi perchè ancorata a precedenti giurisprudenziali datati, vuoi perché fondata su un’analisi superficiale del caso concreto.

Specificatamente, il ricorrente si doleva della valorizzazione in sentenza di elementi quali il dato qualitativo e quantitativo della droga detenuta e, per contro, della mancata “valutazione complessiva di tutte le altre circostanze del fatto, in grado di compensare il giudizio negativo astrattamente desumibile da quelle circostanze e di rivelare la sua minima offensività”.

In particolare, il ricorrente lamentava che fosse stata fortemente valorizzata la circostanza dello spaccio in prossimità di un bar, mentre tale circostanza a suo dire sarebbe rimasta priva di dimostrazione.

 

QUESTIONI GIURIDICHE

La Terza Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione, investita del ricorso, rilevava come per il Giudice di primo grado dirimente al fine di escludere la configurabilità dell’ipotesi di lieve entità fosse stata la valorizzazione di circostanze quali la detenzione (illecita) di droga di svariata tipologia, il relativo dato ponderale, la suddivisione (per la cocaina) in dosi, il possesso di materiale atto al confezionamento di droga.

Sulla base di tale premessa il Giudice di primo grado aveva ritenuto configurarsi nel caso di specie una pluralità di reati (detenzione di droga “pesante”, la cocaina; e detenzione di droghe “leggere”, la marijuana e l’hashish) e, considerando più grave il reato di detenzione di cocaina, aveva applicato in continuazione la pena per il concorrente reato, meno grave, di detenzione di droghe “leggere”.

Rilevava ancora la Terza Sezione Penale come il Giudice di secondo grado, pur confermando l’esclusione della configurabilità dell’ipotesi lieve di cui all’art. 73, co. 5 DPR 309/90, aveva dal suo canto valorizzato aspetti quali lo svolgimento dell’attività di spaccio in prossimità di un bar, ossia di un luogo esposto alla frequentazione di avventori, e la predisposizione di una vera e propria organizzazione, per quanto rudimentale, di mezzi (autovettura, bilancini di precisione, …).

La Terza Sezione Penale rilevava tuttavia come l’argomento dell’esclusione dell’ipotesi del reato di lieve entità in presenza di una “organizzazione di mezzi” fosse argomento in contrasto con un consolidato orientamento giurisprudenziale il quale, invece, non esclude tale compatibilità e, peraltro, proprio sulla base di un preciso dato normativo: l’art. 74, co. 6, DPR n. 309/90 il quale disciplina espressamente l’ipotesi della “associazione finalizzata al traffico di stupefacenti costituita per commettere i fatti descritti dal comma 5 dell’art. 73”.

Dunque, per la Terza Sezione Penale “in presenza di una rudimentale forma organizzativa è solo la valutazione congiunta di tale dato della condotta con altri parametri fattuali che può condurre l’interprete ad escludere eventualmente la sussistenza di una ipotesi di lieve entità del fatto”.

E nel caso di specie tali parametri fattuali erano da individuarsi nelle modalità della condotta, nonché nella qualità e quantità delle sostanze destinate allo spaccio.

Senonchè, proprio la valutazione del dato della detenzione di sostanze stupefacenti di differente tipologia portava la Terza Sezione Penale a rilevare l’esistenza di un contrasto nella giurisprudenza di legittimità e a rimettere il ricorso alle Sezioni Unite chiamandole a stabilire:

 

· se la diversità di sostanze stupefacenti, a prescindere dal dato quantitativo, osti alla configurabilità dell’ipotesi di lieve entità di cui all’art. 73, co.5, DPR n. 309/90;

· se, in caso negativo, il reato di cui all’art. 73, co. 5, DPR n. 309/90 possa concorrere con le fattispecie previste dall’art. 73, co. 1 DPR n. 309/90 e dall’art. 73, co. 4 DPR citato.

 

Tale segnalato contrasto di giurisprudenza riguarda i due differenti orientamenti medio tempore affermatisi:

A.                    l’uno, più risalente e restrittivo, secondo il quale la detenzione nel medesimo contesto di droghe tabellarmente eterogenee è, a prescindere dal dato quantitativo, condotta di per sé inidonea a configurare la ipotesi lieve di cui all’art. 73, co. 5, DPR n. 309/90 in quanto condotta connotata da notevole offensività: vuoi perché sintomatica dell’inserimento dell’agente in un circuito criminale capace di rifornirlo di droga di ogni tipologia, vuoi perché sintomatica dell’attitudine dell’agente a soddisfare le richieste provenienti da una variegata clientela di assuntori. Si tratterebbe, pertanto, di condotta ex se idonea ad arrecare un danno non tenue al bene della salute pubblica. (In tal senso si sono espresse Cass. pen. sez. IV, sentenza 29 settembre 2005, n. 38879; Cass. pen. sez. III, sentenza 9 ottobre 2014, n. 47671; Cass. pen. sez. III, sentenza 19 novembre 2014, n. 47671; Cass. pen. sez. III, sentenza 22 giugno 2015, n. 26205; Cass. pen. sez. IV, sentenza 13 febbraio 2017, n. 6624);

 

B.                     l’altro, più recente, secondo il quale la detenzione/cessione di droghe di differente tipologia non è di per sé idonea a escludere la configurazione dell’ipotesi lieve, ove tali droghe siano possedute in quantitativo non rilevante e le circostanze concrete del caso depongano per una condotta non connotata da particolare gravità. (In tal senso si sono espresse Cass. pen. sez. VI, sentenza 27 marzo 2017, n. 14882; Cass. pen. sez. VI, sentenza 10 ottobre 2017, n. 46495; Cass. pen. sez. VI, sentenza 12.12.2017, n. 8423; Cass. pen. sez. VI, sentenza 19.12.2017, n.1428; Cass. pen. sez. VI, sentenza 19.12.2017, n.46495).

   
   

Per dirimere tale contrasto giurisprudenziale la CORTE DI CASSAZIONE interviene a SEZIONI UNITE con la sentenza n. 51063 del 27.09.2018, depositata il 9 novembre 2018, che ci occupa.

In tale decisione la Suprema Corte mostra di aderire al secondo dei detti orientamenti, spingendosi a considerazioni ulteriori.

Preliminarmente, le SS.UU. fanno un rapido excursus degli interventi normativi che hanno novellato la materia, richiamando la legge 21.02.2006, n. 49, c.d. Legge FINI-GIOVANARDI, fino a giungere alla sentenza con la quale nel 2014 la CORTE COSTITUZIONALE ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della predetta legge.

Le SS.UU. pongono quindi due punti fermi nell’interpretazione dell’art. 73, co. 5, DPR n. 309/90 prima di passare ad analizzare i quesiti posti dalla Terza Sezione remittente.

In primis le SS.UU. ribadiscono il consolidato orientamento secondo cui l’art. 73, co. 5 DPR n. 309/90 configura una autonoma fattispecie di reato e non già una circostanza attenuante dei reati di cui ai precedenti commi 1, 2, 3 e 4 del medesimo art. 73, diversamente da come inizialmente ritenuto.

In secundis stabiliscono che il reato di cui all’art. 73, co. 5 DPR n. 309/90 si pone in rapporto di specialità con i reati di cui ai commi 1, 2, 3 e 4 del medesimo art. 73.

Ciò implica che allorchè un dato fatto appaia astrattamente inquadrabile in taluna delle fattispecie, più gravi, di cui ai commi 1, 2, 3 e 4 dell’art. 73 e nella fattispecie, meno grave, di cui al comma 5 dell’art. 73, sarà quest’ultima, in quanto lex specialis che derogat generali, a trovare applicazione.

 

Le SS.UU. passano quindi ad analizzare il primo quesito posto dalla Sezione remittente e cioè, lo si ripeta, se la contestale detenzione di sostanze stupefacenti di differente tipologia, a prescindere dal dato quantitativo, osti alla configurabilità dell’ipotesi leve di cui all’art. 73, co.5, DPR n. 309/90.

 

Orbene, come innanzi detto, con la sentenza in esame le SS.UU., optando per l’orientamento più recente e meno restrittivo (peraltro già espresso da precedenti sentenze, pure a sezioni unite, -quali la sentenza 21 settembre 2000, n. 17, c.d. “PRIMAVERA” dal nome dell’imputato; e la sentenza 5 Ottobre 2010, n. 35737, c.d. “RICO” dal nome dell’imputato- con le quali la Corte aveva affermato l’esigenza, per giungere ad un giudizio di “lieve entità del fatto”, di analizzare in concreto la condotta nella sua interezza, con riferimento quindi non solo al dato qualitativo e quantitativo, ma anche ai mezzi, modalità e circostanze dell’azione) si spingono oltre.

Si spingono a verificare l’applicabilità del concetto di “lieve entità” all’ipotesi di detenzione di sostanze stupefacenti plurime e tabellarmente eterogenee, alla luce del dato letterale della norma di cui all’art. 73, co. 5, DPR 309/90 la quale esige, per il suo configurarsi, la valutazione della sussistenza di una serie di parametri, quali mezzi, modalità, circostanze dell’azione, ovvero, in alternativa, quantità e qualità della sostanza stupefacente, anche con riferimento specifico alla percentuale di purezza della stessa.

Ne deriva che soltanto una valutazione complessiva del fatto alla luce dei suindicati parametri indicatori può condurre il giudice di merito a formulare un giudizio di “lieve entità”.

Conclusione, questa, secondo la sentenza in esame coerente con la ratio della norma di cui all’art. 73, co. 5, DPR 309/90 e con l’esigenza di rendere il sistema sanzionatorio in tema di stupefacenti ossequioso dei principi costituzionali di necessaria offensività del reato e di proporzionalità della pena.

 

Pertanto, rispondendo al quesito in esame (il primo) la Suprema Corte a Sezioni Unite, discostandosi dall’orientamento restrittivo secondo il quale la detenzione contestuale di sostanze eterogenee sarebbe indicativa di “un più significativo inserimento dell’agente nell’ambiente criminale dedito al traffico di stupefacenti”, stabilisce che la detenzione (e/o) cessione di sostanze stupefacenti di differente tipologia non è incompatibile con l’ipotesi di “lieve entità” del fatto ed enuncia il seguente principio di diritto :

 

la diversità di sostanze stupefacenti non è di per sé ostativa alla configurabilità del reato di cui all’art. 73, co. 5, DPR n. 309/90 in quanto è necessario procedere ad una valutazione complessiva degli elementi della fattispecie concreta, selezionati in relazione a tutti gli indici sintomatici previsti dalla suddetta disposizione al fine di determinare la lieve entità del fatto”.

 

Le SS.UU. passano poi ad analizzare il secondo quesito e, cioè, se, ammessa la compatibilità tra detenzione/cessione di sostanze stupefacenti di differente tipologia con l’ipotesi di “lieve entità” di cui all’art. 73, co. 5, DPR n. 309/90, tale reato possa concorrere con le fattispecie di cui all’art. 73, co. 1, DPR n. 309/90 e di cui all’art. 73, co. 4, DPR citato.

 

Per rispondere a tale quesito le SS.UU. ripercorrono gli orientamenti giurisprudenziali succedutisi nel tempo, in concomitanza con le modifiche legislative più volte apportate al DPR 09.10.1990, n. 309 (Testo Unico in tema di stupefacenti).

Con la novella del 2006 (la citata legge 21.02.2006, n. 49, c.d. FINI-GIOVANARDI) che, eliminando la distinzione tra tabelle, unificava il trattamento sanzionatorio per il traffico di droghe pesanti e di droghe leggere, la Giurisprudenza aveva ritenuto che la detenzione di sostanze stupefacenti di differente tipologia configurasse un reato unico e che, pertanto, non vi potesse essere concorso tra il reato di cui all’art. 73, co.1 e il reato di cui all’art. 73, co.4, DPR 309/90.

 

Con l’intervento della sentenza 25.02.2014, n. 32, con la quale la CORTE COSTITUZIONALE ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della Legge FINI-GIOVANARDI per violazione dell’art. 77 della Costituzione, è tornato a rivivere il previgente testo del DPR 309/90.

Per conseguenza è tornato a riaffermarsi il previgente orientamento giurisprudenziale secondo il quale, stante la distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere, è da ritenersi configurabile il concorso tra il reato di cui all’art. 73, co. 1 e il reato di cui all’art. 73, co. 4, DPR 309/90.

Il concorso tra tali reati, eventualmente unificabili ai sensi dell’art. 81 c.p., è da ritenersi ammissibile in quanto la condotta di detenzione/spaccio di droga “pesante” è ontologicamente differente dalla condotta di detenzione/spaccio di droga “leggera”, dal momento che di differente intensità è l’aggressione che al bene giuridico tutelato (salute pubblica, ordine e sicurezza pubblica) viene ad essere arrecata dall’una, piuttosto che dall’altra condotta.

 

Tale orientamento viene condiviso e ribadito dalla S.C. nella sentenza in esame, la quale tuttavia va anche oltre, rilevando come la contestuale detenzione di sostanze stupefacenti tabellarmente eterogenee venga talvolta sbrigativamente ricondotta alla disciplina del reato continuato, secondo il disposto di cui all’art. 81, co. 2, c.p., quando invece l’unicità della condotta dovrebbe suggerire la ricorrenza della disciplina del concorso formale ai sensi dell’art. 81, co. 1, c.p., così da non doversi necessariamente acquisire la prova dell’unicità del disegno criminoso.

 

A questo punto le SS.UU. passano a stabilire “se” e “quando” sia configurabile il concorso tra il reato previsto dal comma 1 (detenzione/spaccio di droghe pesanti), il reato previsto dal comma 4 (detenzione/spaccio di droghe leggere) e il reato previsto dal comma 5 del DPR 309/90 (detenzione/spaccio di sostanze stupefacenti in ipotesi di lieve entità).

 

La tematica si pone in quanto l’art. 73 DPR 309/90 è strutturato come norma cumulativa, ossia come norma che prevede in ciascuno dei suoi commi autonome fattispecie di reato.

Ogni singolo comma disciplina poi una fattispecie di reato la cui condotta è realizzabile con modalità alternative (coltivazione, produzione, fabbricazione, offerta, messa in vendita, cessione, distribuzione, trasporto, consegna, detenzione, …) e senza che ciò possa dar luogo alla configurabilità di una pluralità di reati, ove l’azione sia posta in essere dallo stesso agente, nel medesimo contesto e riguardi lo stesso oggetto.

 

Tornando al caso sottoposto al suo esame la S.C. a Sezioni Unite rispondendo al secondo quesito ritiene che la condotta di detenzione di più sostanze tabellarmente eterogenee debba essere valutata come unitaria: e, ciò, non perché sia irrilevante il dato della simultanea detenzione di una pluralità di sostanze ma perché il disvalore della singola violazione deve essere valutato non certo facendo esclusivo riferimento al dato ponderale della sostanza stessa.

In altri termini, la condotta di detenzione (illecita) di più sostanze tabellarmente eterogenee non è di per sé ostativa alla qualificazione del reato in senso più favorevole al reo, potendosi configurare il reato di cui all’art. 73, co. 5, ove le circostanze e le modalità dell’azione consentano di ritenere il fatto di lieve entità.

Ne consegue che in ordine alla possibilità che la detenzione contestuale di sostanze stupefacenti di differente tipologia, comunque qualificabile in termini di cui all’art. 73, co.5 DPR 309/90, possa configurare una pluralità di reati in concorso tra loro, le SS. UU. affermano che l’art. 73, co. 5, nella sua vigente formulazione prevede un trattamento sanzionatorio unico e indifferenziato, che non opera cioè distinzioni di pena in relazione alla differente tipologia delle sostanze oggetto della condotta incriminata.

 

Alla stregua di tali considerazioni le SS. UU. hanno affermato i seguenti ulteriori principi:

 

· l’art. 73, co. 5 DPR n. 309/90, secondo la sua vigente formulazione, prevede un’unica figura di reato, alternativamente integrata dalla consumazione di una delle condotte tipizzate, quale che sia la classificazione tabellare dello stupefacente che ne costituisce l’oggetto;

 

· la detenzione nel medesimo contesto di sostanze stupefacenti tabellarmente eterogenee, qualificabile nel suo complesso come fatto di lieve entità ai sensi dell’art. 73, co.5 DPR 309/90, integra un reato unico e non una pluralità di reati in concorso tra loro.

 

LA SOLUZIONE

 

Come corollario dei principi di diritto enunciati nella sentenza in esame la Suprema Corte a Sezioni Unite in relazione al caso sottoposto al suo esame ha ritenuto infondato il ricorso promosso dall’imputato e, per l’effetto, ne ha decretato l’inammissibilità.

Nel ricorso infatti si deduceva quale unico motivo di doglianza, peraltro generico, il mancato riconoscimento dell’ipotesi di lieve entità del fatto.

Le SS.UU. hanno invece rilevato che il Giudice di merito a quo (la Corte d’ Appello di Napoli) correttamente ha proceduto ad una valutazione complessiva degli aspetti del fatto rilevanti ai sensi dell’art. 73 co 5 T.U. Stup., valorizzando, al fine dell’esclusione del riconoscimento dell’ipotesi lieve, non solo la circostanza del possesso di sostanze stupefacenti, plurime e di differente tipologia tabellare, bensì anche quella della predisposizione dei mezzi (autovettura e armamentario vario per il confezionamento di droga e il suo spaccio) e infine la circostanza della scelta strategica del luogo in cui spacciare: le vicinanze di un bar, “luogo in cui aumenterebbero le occasioni e le possibilità di cessione di sostanze stupefacenti, vista la frequentazione di avventori”.

Dunque, il reato in contestazione non poteva considerarsi di lieve entità in considerazione del contesto complessivo della condotta.

 

 

CONSIDERAZIONI FINALI

 

La lectio che si ricava dalla sentenza esaminata è che se il possesso contestuale di droghe pesanti e droghe leggere, ove complessivamente valutabile come fatto “lieve”, configura un unico reato, viceversa un fatto qualificabile come “non lieve” (alla stregua dell’applicazione dei parametri indicatori di cui sopra si è detto) verrà ad integrare gli estremi di una pluralità di reati in concorso formale tra loro.

Orbene, la circostanza che il legislatore disciplini, allo stato, soltanto tali due “estreme” categorie di reato e, cioè:

· l’ipotesi “non lieve” di cui ai commi 1 e 4 dell’art. 73 T.U. Stup., sanzionata assai aspramente (la pena è della reclusione da 8 a 20 anni e della multa da euro 25.822 ad euro 258.228 per la fattispecie prevista dal comma 1, che attiene alle droghe “pesanti” di cui alle tabelle I e III; e della reclusione da 2 a 6 anni e della multa da euro 5.164 ad euro 77.468 per la fattispecie prevista dal comma 4, che attiene alle droghe “leggere” di cui alle tabelle II e IV);        e

· l’ipotesi “lieve” di cui al comma 5 dell’art. 73 T.U. Stup, sanzionata con trattamento di gran lunga più mite (la pena è della reclusione da 6 mesi a 4 anni e della multa da euro 1.032 ad euro 10.329, qualunque sia la tipologia della sostanza stupefacente illecitamente detenuta o spacciata)

 porta ad annoverare nella prassi giudiziaria nell’ipotesi non lieve condotte che meriterebbero un trattamento più mite.

Ci si riferisce a quelle condotte che si connotano per una offesa al bene giuridico di entità tale da non potersi qualificare nè “lieve”, secondo il disposto di cui all’art. 73, comma 5, DPR 309/90, ma neppure “non lieve” al punto da assoggettarsi al gravoso trattamento sanzionatorio dettato dall’art. 73, cc.oo. 1 e 4, DPR 309/90: una sorta di tertium genus di fattispecie, allo stato non disciplinata da una previsione normativa ad hoc.

Ci si trova, pertanto, di fronte ad una ipotesi, suscettibile di essere colmata de iure condendo, con un intervento normativo che, nell’ottica di rendere significativamente omaggio ai principi di personalità della responsabilità penale e di proporzionalità della pena, miri a disciplinare quali autonome fattispecie di reato:

· l’ipotesi “lieve” di detenzione/spaccio di sostanze stupefacenti c.d. “pesanti”;

· l’ipotesi “lieve” di detenzione/spaccio di sostanze stupefacenti c.d. “leggere”;

· l’ipotesi di detenzione/spaccio di una pluralità di sostanze stupefacenti tabellarmente eterogenee.

 Se si addivenisse alla tipizzazione, in via autonoma, delle sopra enucleate ipotesi di reato si avrebbe che in caso di detenzione/spaccio di sostanze stupefacenti plurime e tabellarmente eterogenee si configurerebbe un concorso (formale, stando al ragionamento di cui alla sentenza in esame) tra fattispecie di reato di “lieve entità” e fattispecie di reato di “non lieve entità”.

Ciò varrebbe a scongiurare l’evenienza che date condotte, in grado di esprimere un disvalore sociale non meritevole né del severo trattamento sanzionatorio di cui ai commi 1 e 4, dell’art. 73 T.U. Stup., né del mite trattamento sanzionatorio di cui al comma 5 dell’art. 73, o vengano represse con condanne a pene sproporzionate oppure godano di un trattamento eccessivamente mite.

 

Tale riflessione si impone se si condivide che la risposta sanzionatoria dettata dal vigente Testo Unico in tema di Stupefacenti (il DPR n. 309/1990, novellato dalla Legge 16 maggio 2014, n. 79) appare sperequata a seconda che si versi in tema di fatto “non lieve”, ovvero di fatto “lieve”.

E se a ispirare un siffatto rigoroso trattamento sanzionatorio fu il grave allarme sociale che il traffico di stupefacenti poteva destare negli anni ’90, epoca in cui venne varato il Testo Unico in esame, oggi il comune sentire probabilmente vede come ridimensionato tale allarme sociale, anche in concomitanza con l’emergere di altre fenomenologie di reato.

In tal senso si esprime infatti la novella del 2014, legge n. 79, la quale ha riscritto il comma 5 dell’art. 73 prevedendo la comminazione per la consumazione del fatto “lieve entità” della più mite pena della reclusione da sei mesi a quattro anni, a fronte della previgente pena della reclusione da uno a sei anni, oltre che di una multa meno esosa (da euro 1032 ad euro 10.329 a fronte della previgente multa da 3000 ad euro 26.000). Tale modifica legislativa ha però al contempo provocato la suddetta eccessiva distanza tra le ipotesi del primo e del quinto comma dell’art. 73 cit. che si propone di colmare come sopra detto.

 

 

 
 
 
 
 
 
 

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