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Un giudice non ha un ruolo politico

 mercoledì, 25 ottobre 2023

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Intervista a Bernadette Nicotra

La consigliera del CSM: "La legge va applicata anche quando non si condivide"

 
 

Questa vicenda ha delle implicazioni che invitano a riflettere sul modo di interpretare la giurisdizione», afferma la giudice romana Bernadette Nicotra, consigliera del Csm ed esponente di Magistratura indipendente, il gruppo "moderato" delle toghe.
Consigliera Nicotra, Iolanda Apostolico ha sbagliato nel partecipare alla manifestazione pro migranti?
«Guardi, non intendo soffermanni sul caso specifico anche perché il mio ruolo mi impone di astrarmi da qualsivoglia valutazione che potrebbe intendersi come un anticipazione di giudizio sulla condotta della collega di Catania che non mi spetta, attesa peraltro la pendenza di una richiesta di apertura pratica a sua tutela rimessa alla valutazione della competente prima Commissione del Csm».
Però è indubbio che il "caso Apostolico" rischia di compromettere i già difficili equilibri nei rapporti tra politica e magistratura.
«Si, certamente questa vicenda ha delle implicazioni che invitano a riflettere sul modo di interpretare la giurisdizione.
Va comunque ricordato che è del tutto fisiologico che nelle democrazie occidentali ci siano conflitti tra i poteri dello Stato.
Queste tensioni si amplificano quando le regole della convivenza civile sono date non dal legislatore bensì dalla giurisdizione».
Ci spieghi.
«È ciò che si definisce come "interventismo giudiziario", una giurisdizione che tende a diffondersi in modo pervasivo sconfinando nel campo della regolazione dei conflitti sociali che dominano l nostro tempo. L'ansia di dover rendere giustizia del caso concreto fa perdere di vista l'esigenza del rigoroso rispetto delle regole processuali e sostanziali dell'ordinamento».
Quindi con provvedimenti a favore dei migranti?
«Più in generale è ciò che avviene col proliferare di "nuovi diritti", allorché si è in presenza di domande volte ad ottenerne il riconoscimento davanti
alle quali i giudici si sentono in dovere di offrire comunque tutela. Il giudice finisce per essere non solo interprete ma creatore di norme nel cercare di colmare gli spazi lasciati vuoti dalla politica».
Il legislatore è distratto?
«Ritengo che questo tema del protagonismo del potere giudiziario sia una questione tutt'oggi irrisolta nei rapporti tra politica e magistratura ed è uno dei leit motivo ricorrenti nelle tensioni che minano l'ordine costituzionale dei poteri. Occorre riconoscere che oggi a mettere a dura prova l'autonomia e indipendenza della magistratura non è solo l'ingerenza, talvolta anche eccessiva di una certa politica, ma anche la nostra "supplenza" per troppo tempo esercitata nel tentare di rendere giustiziabile qualunque diritto soggettivo anche se non sempre positivizzato. Così procedendo si finisce per alterare l'ordine costituzionale dei poteri, esasperandone i conflitti, dove, invece, occorre lasciare a ciascuno il suo: al legislatore, al giudice costituzionale e al giudice comune».
Le toghe possono "fare" politica?
«Oggi non si chiede al magistrato di essere refrattario o avulso dall'impegno sociale, il magistrato non è una monade rispetto all'evoluzione del suo tempo, tuttavia l'inclinazione culturale del magistrato non deve mai orientarne ideologicamente le decisioni, non deve mai declinarsi in forme di militanza politico ideologica. Ho sempre ritenuto che un magistrato non debba etichettarsi politicamente, il magistrato non è di destra né di sinistra, non ci sono magistrati progressisti o magistrati conservatori ma solo magistrati che devono applicare la legge con competenza e terzietà anche quando questa non si condivide, una legge può essere giusta o sbagliata ma non è compito del giudice abrogarla, o modificarla, il giudice può solo sospenderne il giudizio fino alla pronuncia della Corte Costituzionale».

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